filologia d’autore

Con «filologia d’autore» si designa l’insieme di metodi e problemi relativi all’edizione di opere conservate da uno o più manoscritti (o idiografi), oppure da stampe sorvegliate dall’autore e ci si sposta, questa volta, su testi prevalentemente moderni e contemporanei (Stussi 1994, 155).

Essa concentra la sua attenzione sul momento creativo e formula ipotesi, in base ai materiali conservati, sul rapporto tra autore e testo sia nella fase di gestazione, sia nella fase spesso tormentata che, dopo la prima pubblicazione, porta talvolta a rifacimenti più o meno numerosi e complessi (Stussi 1994, 163).

La filologia d’autore, secondo la fortunata formula coniata da Isella, si distingue dalla filologia della copia perché prende in esame le varianti introdotte dall’autore stesso sul manoscritto o su una stampa; varianti che testimoniano dunque una sua diversa volontà, un cambiamento di prospettiva, più o meno ingente, rispetto a un determinato testo. L’oggetto di studio della filologia d’autore, quindi, è costituito da un lato dallo studio dell’elaborazione di un testo di cui ci è giunto l’autografo e che reca in sé tracce di correzioni e revisioni d’autore (opus in fieri), dall’altro dall’esame delle diverse redazioni, manoscritte o a stampa, di un’opera (Italia and Raboni 2010, 9).

Per la filologia d’autore e la critica delle varianti, infatti, la poeticità del testo non è un “dato”, un “valore” stabilito, ma come si è già detto, una “approssimazione al valore”, che comprende ed è il risultato di tutti i testi che l’hanno preceduto, di tutti gli avantesti (Italia and Raboni 2010, 26).

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