Lachmann method

[T]he Lachman [sic] method […], defining how to detect scribal errors and then to construct stemma of versions – rather like the stemma of languages derived from an Ur-Sprache – in order to discover which text was the earliest and hence the best (Bowman 1990, 632).

Una modifica della situazione si verificò fra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento grazie ad alcuni filologi che si resero conto che il problema centrale non era quello di confrontare a caso le singole varianti dei manoscritti, ma quello di capire preliminarmente quale fosse il valore e l’affidabilità dei testimoni che le riportavano. […] Vari studiosi impegnati in queste ricerche vennero lentamente elaborando un metodo scientifico per vagliare l’affidabilità dei testimoni e per potere, attraverso questa via, ricostruire in modo più oggettivo l’originale. Questo metodo è noto come metodo del Lachmann, dal nome del filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851), il più celebre e autorevole fra quelli che contribuirono alla sua elaborazione. In realtà, come hanno dimostrato recenti ricerche, questo nome è largamente improprio, essendosi il metodo formato e successivamente affinato grazie a numerosi filologi, spesso indipendenti l’uno dall’altro, o anche in polemica fra loro, ed essendo il contributo del Lachmann alla sua elaborazione soltanto parziale; noi lo chiameremo metodo stemmatico, avvertendo che i due termini sono nel linguaggio filologico corrente avvertiti più o meno come sinonimi (Chiesa 2002, 31-32).

Fra le possibili denominazioni alternative a metodo del Lachmann, quelle di metodo stemmatico e di metodo genealogico sono chiare e inequivoche, ma comprendono a rigore soltanto una parte dei casi, cioè quelli in cui è effettivamente possibile ricostruire una genealogia o uno stemma dei testimoni (se ne parlerà fra poco); mentre la denominazione di metodo del Lachmann è in realtà più ampia, comprendendo anche la preliminare distinzione fra recensio e constitutio textus, che rimane fondalmentamente valida anche quando lo stemma non sia ricostruibile (Chiesa 2002, 51).

 

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