recentior non deterior

Il Lachmann rinunzia già da principio e ancor più nella pratica a esaminare tutta la tradizione manoscritta del suo autore. Sui codici umanistici pesa per lui, sino a prova contraria, il sospetto della interpolazione. A che, dunque, darsi da fare per raccogliere lezioni che in ogni caso si dovranno considerare sospette e quindi a priori scartate? Questo procedimento è, a rigore, errato; errato perché incauto: non si può escludere la possibilità che un codice sconosciuto, anche recentissimo, sia copia di un manoscritto che conteneva il testo in forma più genuina di tutti quelli sinora noti (Pasquali 1952, 4).

Uno è la limitazione ai manoscritti più antichi, al quale il Pasquali (ma già Semler) giustamente oppone il canone che enuncia in modo lapidario «recentiores, non deteriores»: la sparizione dei loro antigrafi può doversi al caso, ma qualche volta proprio al fatto che ne esisteva una copia più leggibile o in migliore stato fisico di conservazione (Contini 1986, 25-26).

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